Finalmente, non vedevamo proprio l’ora. Ebbene si, dopo un’estenuante gavetta che oramai si protrae ininterrottamente dagli inizi del nuovo millennio, anche per i Firestorm arriva finalmente il momento di varcare la soglia della fatidica official release, e così, dopo aver scosso la scena underground con la pubblicazione di ben tre splendide demo, caratterizzate soprattutto dall’aspetto qualitativo di una proposta musicale sempre più matura e coinvolgente, che per altro, anche per la formazione proveniente dall’immenso bacino musicale anconetano, è giunta l’ora di trarre il massimo beneficio dopo anni di sacrifici su sacrifici, grazie ad un disco, il qui recensito “Web Of Deceit” che, nell’insieme, rafforza dove possibile, l’indubbia indole metallica della formazione nostrana, proiettandola di diritto fra le migliori rivelazioni dell’anno appena in corso.
Un album di debutto questo che, nel bene o nel male, si trascina dietro tutti i pregi ed i difetti, annessi e connessi, di una tradizione musicale ed attitudinale come quella nostrana degli ultimi anni legata a doppia mandata all’universo heavy metal di formazioni più blasonate come ad esempio Labyrinth, Zen, Mystere de Notre Dame e Vision Divine, soprattutto quelli dei primi album, caratterizzato da arrangiamenti curati e mai stucchevoli, una voce calda e passionale, ed un livello tecnico globale alto, molto alto, che spinge i nostri a cimentarsi, con successo, all’interno di un percorso sonoro ed atmosferico anche abbastanza articolato, dai contorni fisiognomici vicini ad un certo progressive metal si elitario e tecnicamente ineccepibile, ma che, comunque, non perde minimamente di vista l’aspetto melodico proprio di alcune sue composizioni, caratterizzate da aperture e modulazioni sonore dall’indubbio gusto armonico.
Registrato e prodotto in maniera oserei dire quasi perfetta dalla stesso chitarrista della band, ovvero il buon Emanuele Pesaresi, sicuramente non nuovo a questo genere di espedienti, visto che anche in un recente passato, si era occupato personalmente del suono delle vecchie demo del suo gruppo, il disco in questione dicevamo, verte attorno ad una serie di composizioni, ben dieci per la precisione, che, sebbene rappresentino in definitiva il meglio della trascorsa produzione in studio della formazione nostrana in questione, ne ampliano, dove possibile, l’approccio musicale ed artistico, rappresentando senz’ombra di dubbio ben più di un semplice ed ingenuo trait d’union fra passato e presente.
Ed i Firestorm dall’alto della loro indubbia verve strumentale, che gli permette di sciorinare con classe, un’innata componente artistica, riescono nel loro piccolo, a portare alla luce episodi dall’indubbia valenza musicale che, come nel caso della suadente “Falling into the alienation” o dell’articolata “Pictured by the moon”, episodi caratterizzati da una propensione sonora pervasa da una disarmante aurea progressiva che combinano, in maniera quasi simbiotica, aperture melodiche ed una certa espressività metallica, o come nel caso della più potente e quadrata “Shadow in my mind”, contraddistinta da giri armonici e modulazioni ritmiche che mettono in evidenza una certa duttilità tecnica di fondo, riescono a colpire l’ascoltatore sia per l’intensità che, naturalmente, per l’energia messa in gioco dai sei in questa loro prima uscita ufficiale.
Drammatica e, per certi versi, teatrale risulta essere invece la cangiante “Salomè” song costruita attorno a sprazzi melodici, pregni di alcuni riferimenti orientali che, naturalmente, ricordano molto da vicino certi Tad Morose, soprattutto per quel certo flavour pragmatico di alcuni passaggi, o le sciabolate chitarristiche dell’indomita “Angel Devil” le cui locuzioni artistiche riportano alla memoria le sonorità dell’esordio dei Labyrinth “Piece of time”, ascoltate il chorus e mi saprete dire, così come succede per l’ammaliante baluardo heavy/prog di “Beyond every rational thought” composizione costruita attorno ad un appiglio ritmico più cadenzato e subliminale.
In definitiva un disco d’esordio valido, molto valido, d’altronde le aspettative, almeno per quel che ci riguarda, erano veramente tante, tutte comunque ripagate nel migliore dei modi, certo, magari oggi come oggi all’orecchio del volgo, sempre più esigente e pretenzioso, un album dalla valenza artistica di questo debutto, potrà sicuramente suonare scontato o banale, per carità, ognuno è libero di pensarla come vuole, però prima di soprassedere sulla validità artistica o meno di questa raccolta di brani, sarebbe meglio ascoltarlo in successione e, soprattutto, a mente serena e libera da ogni preconcetto di sorta, anche perché solo così, ne siamo sicuri, questo “Web Of Deceit” potrebbe sicuramente conquistarvi, il che non è poco, davvero….
Voto: 4/5
Beppe “HM” Diana











lunedì, 9. novembre 2009
well.. it’s like I knew!